L’ENCHANTEMENT RETROUVÉ | DaVinci Publishing

TRACKLIST:

Quattro Improvvisi D. 899 (op. 90)

N. 1 Allegro molto moderato in do Minore

N. 2 Allegro in mi bemolle maggiore

N. 3 Andante mosso in sol bemolle maggiore

N. 4 Allegretto in la bemolle maggiore

Composti nel 1817

 

Sei Momenti Musicali  D. 780 (op. 94)

N. 1  Moderato in do maggiore

N. 2  Andantino in la bemolle maggiore

N. 3  Allegro moderato in fa minore

N. 4  Moderato in do diesis minore

N. 5  Allegro vivace in fa minore

N. 6  Allegretto in la bemolle maggiore

Composti nel 1828

REVIEWS

MusicWeb International, Settembre 2020

CD Review – Glyn Pursglove

Franz SCHUBERT (1797-1828)
L’enchantement Retrouvé
Four Impromptus, D.899 (Op.90) (1827) [30:01]
Six Moments Musicaux, D.780 (Op.94) [30:09]
Ingrid Carbone (piano)
rec. 2019, Odradek Records Studio.
DA VINCI CLASSICS C00253 [60:10]

Queste due serie di klavierstücke di Schubert hanno molte cose in comune. Una è che ogni gruppo porta un titolo che è stato probabilmente inventato da un editore, piuttosto che scelto da Schubert; e ciascuno di questi titoli è inappropriato. Negli anni venti dell’Ottocento la parola improvviso avrebbe creato aspettative, nelle parole di John Daverio, di qualcosa “sulla falsariga dei pezzi da salotto alla moda per pianoforte prodotti in quantità considerevoli durante i primi decenni del diciannovesimo secolo dal compositore ceco Václav Jan Tomášek e il suo allievo Jan Václav Voříšek […] questi erano fatti su misura per pianisti dilettanti che potevano negoziare una certa quantità di passaggi appariscenti ma non molto difficili. Gli improvvisi di Schubert sono di un ordine completamente diverso; espressi per la maggior parte in forme più ampie, hanno posto sfide molto più grandi agli esecutori e agli ascoltatori degli affascinanti pezzi dei personaggi di Tomášek e Voříšek “(” One More Beautiful Memory of Schubert “: Schumann’s Critique of the Impromptus D.935”, The Musical Quarterly, 84: 4, 2000, pp. 604-18). Non sorprende che Schumann (in una recensione su Neue Zeitschrift für Musik, 14 dicembre 1838) abbia osservato (con riferimento a D.835, sebbene il commento sia altrettanto appropriato per quanto riguarda D.899) “Non posso credere che Schubert chiamasse davvero questi movimenti “improvvisi” ”.
Lasciando da parte le implicazioni di questo termine generico certamente nuovo, la parola francese “impromptu”, nell’uso normale, designa qualcosa di prodotto improvvisamente, senza premeditazione. Solo coloro che non conoscono l’arte di Schubert potrebbero pensare che descrizioni del genere siano appropriate per questi pezzi. Come Impromptu, il titolo Moments Musicaux banalizza la musica di Schubert, trascurando, o rifiutandosi di riconoscere, la sua serietà di arte e significato. Per aggravare l’insulto (senza dubbio non consapevole) del primo editore di questi sei pezzi, l’editore viennese Marcus Leidesdorf ha effettivamente stampato il titolo come Momens musicals. Pochi, sicuramente, sarebbero in disaccordo con il commento di John Warrack nelle note del libretto per la ristampa di alcune delle registrazioni di Schubert di Alfred Brendel (Philips Duo 465-061-2), che gli editori avevano usato “un titolo la cui natura e grammatica [Schubert] è improbabile che abbia approvato. Questi sono più che “momenti”, estendendo un pensiero, o giocando con una frase, un’idea armonica o una figurazione tecnica, trasformandolo in una riflessione poetica ”.
Come molti brani da salotto, la maggior parte dei lavori su questo disco sono relativamente brevi (ma quanto è breve? I brani variano in lunghezza, in questa performance, da 10:50 a 2:07). Ma la brevità non è la stessa cosa della leggerezza. Si pensa a grandi aforismi o epigrammi. La loro brevità è un aspetto essenziale del loro potere: – “Per la maggior parte della storia, anonimo era una donna” (Virginia Woolf); “Il successo è la capacità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo” (Churchill). In esempi come questi, e nelle brevi opere per pianoforte di Schubert, la concisione porta a un maggiore impatto, piuttosto che a banalità o leggerezza.
Ingrid Carbone certamente non considera questi dieci pezzi in alcun modo leggeri o come opere prodotte senza accortezza. Ciò che è avvincente delle sue interpretazioni, nel complesso, è il modo in cui bilancia quanto richiesto da melodia e struttura nel suo modo di suonare questi dieci pezzi brevi, ma per eccellenza maturi. I suoi tempi a volte sono un po’ più lenti di quelli a cui siamo abituati, ma quando è così, per la maggior parte sembra essere parte di una visione coerente della musica. Quando, per esempio, il tema simile a una marcia all’inizio dell’Improvviso in do minore viene presentato come una sorta di marcia funebre, ha senso in termini di lettura più ampia del pezzo da parte della Carbone; quando la marcia scompare, si trasforma in un bellissimo passaggio consolatorio. Nel secondo Impromptu il modo di suonare della Carbone è meravigliosamente fluido, anche se la sua precisa disposizione degli accenti fa sì che non ci sia mai alcun pericolo che la fluidità causi una perdita di forma. Alla fine di questo breve brano [6:12] abbiamo viaggiato molto; il finale è malinconico e la fluidità è diventata cristallina nella sua precisione. La Carbone prende dolcemente il terzo Improvviso, sia nel tempo che nel volume, in modo che sia una serenata che non si impone all’attenzione del destinatario della serenata, ma piuttosto che insidiosamente si impossessa della mente e del cuore. Nel quarto Impromptu la gestione della Carbone del rapporto tra i due temi è meravigliosamente efficace, a conferma del rispetto in cui tiene le idee formali di Schubert.
La signora Carbone è altrettanto sicura nei Moments Musicaux. Nella n. 1 in do maggiore presenta, in modo lucido e senza fronzoli, le complesse suddivisioni ritmiche della scrittura; il risultato è liscio e limpido ma con un senso di mistero esistente sotto la superficie. C’è un senso di proporzione che sembra smentire la relativa brevità della partitura. Nell’Andantino in la bemolle maggiore che segue, la Carbone rispetta il ritmo siciliano, ma lo spoglia di ogni sorta di brillantezza. Esplora un paesaggio di profonda miseria, si potrebbe anche dire una condizione di desolazione, in cui c’è poco senso di amarezza o di protesta; il tono, piuttosto, è di una riconciliazione non retorica con l’inevitabile fine. (Data la data di questa composizione, è difficile non sentire in essa la risposta di Schubert alla consapevolezza della propria morte imminente). Il terzo dei momenti (!) È stato forse suonato più spesso della maggior parte dei suoi compagni. Sentito isolatamente si potrebbe prendere il suo ‘staccato’ alla lettera (dopotutto è stato scritto nel 1823), ma sentito dopo l’Andantino in la bemolle maggiore, qualsiasi ‘staccato’ nella scrittura suona inevitabilmente ironico, qualsiasi accenno di ‘gioia ‘o’ speranza ‘minata dal senso del compositore (e del pianista) della loro natura in definitiva illusoria. Per quanto riguarda il quarto pezzo in questo gruppo, il Moderato in do diesis minore, si deve ammettere che Carbone non cattura la qualità quasi bachiana dell’apertura così come, diciamo, Schiff e Brendel lo fanno. Ma nella sezione centrale in re bemolle maggiore il suo modo di suonare ha una bellezza rara, e il conseguente ritorno al materiale di apertura è ben gestito. Il quinto dei Moments Musicaux, l’Allegro Vivace in fa minore, inizia con un dattilo percussivo e la sua eco; gli accenti sul tempo sono una caratteristica ripetuta nel corpo principale di questo brano, essenzialmente in una struttura ternaria, prima del ritorno ai motivi precedenti. Non ho mai trovato questo uno dei più interessanti dei brevi klavierstücke di Schubert e ben disposto come sono nei confronti delle esibizioni della signora Carbone, non fa molto per convincermi che finora sono stato colpevole di un punto cieco. Nell’Allegretto finale (in la bemolle maggiore), tuttavia, sono rimasto molto colpito dal modo in cui Carbone ha costruito (come richiede la partitura) una lunga linea melodica dai brevi motivi con cui inizia il pezzo. Il modo cantabile di Carbone qui va bene, anche se penso che sia l’unica occasione in cui la sua scelta di un tempo lento diventa relativamente poco scorrevole.
Il suono registrato è eccellente in tutto (l’ingegnere del suono è Marcello Malatesta) e cattura molto bene le sfumature timbriche del Bechstein Model D suonato dalla signora Carbone.
Nel corso degli anni ci sono state alcune registrazioni eminenti di questi dieci rimarchevoli pezzi – nomi come Schiff e Brendel, Pires e Orkis o, più indietro, Schnabel e Fischer – mi vengono in mente. Questa nuova registrazione non merita del tutto un posto in quella compagnia eccelsa. Ma è certamente una registrazione molto bella – tra le migliori nuove registrazioni di questi lavori che ho ascoltato negli ultimi anni; e, va ricordato, questo è solo il secondo CD di Ingrid Carbone. Il suo primo, Franz Liszt: Les Harmony de l’Esprit (Da Vinci Classics, DVC 00144) L’ho sentito solo su in streaming attraverso gli altoparlanti del mio computer, ma anche questo sembra eccezionale. Il minimo che si possa – debba – dire è che la Carbone è già una pianista molto esperta di vera intuizione, e che mostra segni promettenti di diventare un’artista ancora più notevole e importante. La Carbone è una giovane notevole artista e le sue capacità non sono chiaramente limitate al pianoforte. All’età di 21 anni si è laureata con lode in Matematica presso l’Università della Calabria. Da allora ha insegnato matematica nelle università italiane, ha tenuto relazioni a conferenze di matematica ed è Ricercatore di Matematica all’Università della Calabria, dove è ritornata. Una rapida ricerca bibliografica ha rivelato articoli da lei pubblicati su riviste internazionali apprezzate come Applied Mathematics and Computation, Journal of Mathematical Analysis and Applications e Journal of Approximation Theory. La Carbone porta nelle sue esibizioni al pianoforte una mente che va oltre la musica. Sospetto che la sua futura carriera (come pianista!) varrà davvero la pena di essere seguita.
Glyn Pursglove

Opus Klassiek, giugno 2020

CD Review – Aart van der Wal

Non fu Franz Schubert a inventare l’improvviso, ma il ceco Jan Václav Hugo Vorísek (1791-1825). Un contemporaneo di Schubert (1797-1828) e Beethoven (1770-1827). E, non a caso, anche Vorisék morì a Vienna: il 19 novembre 1825. Appartenne anche al gruppo di compositori e musicisti attratti dalla metropoli della musica.

Gli “improvvisi”, brevi brani per pianoforte, erano molto apprezzati dal pubblico viennese. Tanto che sono diventati rapidamente un genere importante. Ovviamente, l’editore musicale di Schubert non aveva mancato di comprendere questo aspetto, quindi aveva rinominato arbitrariamente il “Klavierstücke” offerto da Schubert in “Impromptus”, apparentemente nell’aspettativa che ciò avrebbe avuto un effetto positivo sui dati di vendita. Non fu così. Schubert era e rimase un compositore ombra per il pubblico viennese e questi “Improvvisi” non potevano cambiarlo. Un destino riservato anche ai “Moments Musicaux”.

Ma non fu solo la denominazione ad andare sotto la mannaia: ad esempio, il terzo improvviso in Sol bemolle maggiore D 899, che divenne così famoso molto più tardi, fu trasposto convenientemente dallo stesso editore solo un semitono più in alto, in modo che i sei bemolli originali potessero essere sostituiti con un solo diesis: l’orgoglioso f diesis di sol maggiore. Che, tuttavia, ha drasticamente cambiato il carattere del pezzo. Nessuno, comunque, era sveglio. Anche il povero compositore ne avrebbe potuto beneficiare, se solo avesse venduto. In seguito, Brahms avrebbe anche svolto un ruolo importante in questo, quando gli furono commissionate dalla casa editrice Breitkopf & Härtel modifiche rigorose alle opere per pianoforte di Schubert. All’epoca non avrebbe avuto la sensazione di muoversi su un ghiaccio scivoloso, perché “poteva solo migliorare”. Anche Julius Epstein (1832-1926) fece lo stesso dopo Brahms, con un risultato ovviamente diverso. Ciò vale anche per Walter Gieseking (1895-1956), il pianista che parla ancora grazie alle sue numerose registrazioni. E’ quello che sarebbe diventato un lungo cammino nella direzione che è diventata così ovvia per noi come le edizioni “Urtext”, spogliate di ogni tipo di intervento da parte di terzi; di solito con le migliori intenzioni.

Tuttavia, si può porre una domanda importante: che dire delle diverse interpretazioni dall’immagine delle note sapientemente restaurata? La libertà che il singolo artista si concede – e questo vale certamente per queste preziose miniature, veri esempi scolastici di “esercizi” di grande successo in forma ridotta – per dare vita a questa musica secondo le sue opinioni? Dopotutto, non c’è nessun pianista che non voglia dare la propria “interpretazione”, per cui è ovviamente lasciato all’ascoltatore la possibilità di immedesimarsi. Ciò che è “giustificabile” da una prospettiva storica risulta spesso essere una questione di percezione nella pratica, anche se alcuni vorrebbero far credere diversamente alle persone.

Quell’interpretazione rimane – per fortuna! – ancora un contributo prezioso che può spingere l’esperienza musicale a nuovi livelli. Questo vale principalmente per le performance che siamo giunti a considerare la fascia più alta, con pianisti del calibro di Arrau, Brendel, Uchida, Lupu, Pires, Schiff, Perianes e Hamelin nelle prime file. E poi c’è quell’inimitabile Sokolov che riesce ripetutamente sul palcoscenico del concerto a svelare un panorama evocativo molto idiosincratico e la cui opera estremamente espressiva, spesso persino capricciosa, sembra essere staccata da qualsiasi tradizione (presunta) e forse proprio per questo sa come affascinare. Dove sottolineo immediatamente che un’esibizione live registrata per “l’eternità” rimane sempre quella esibizione dal vivo e in cui il concetto viene esplorato fino ai suoi limiti massimi e il cui risultato non assomiglia più a un’interpretazione che è stata pensata nei minimi dettagli. “Nel calore del momento”, gli inglesi lo chiamano così, con i pro e i contro inevitabilmente associati.

‘Impromptus” (D 899), “Moments Musicaux” (D 780): vabbè, è solo una denominazione che è completamente all’ombra di quella che è senza dubbio Grande Musica – con lettere maiuscole! La musica che affascina costantemente e la cui forma prescelta si abbina perfettamente a dramma e lirismo e in cui ogni nota può farcela da sola senza ulteriori fronzoli grazie alle sue proprietà ricche di sfaccettature. Per inciso, non tutti i pianisti (e le pianiste) lo hanno capito correttamente, limitati dall’incomprensione che un profilo interpretativo scelto consapevolmente avrebbe bisogno di quella raffinatezza. Può essere dimostrato, le grandi differenze nell’interpretazione lo evidenziano, che c’è sufficiente spazio di manovra all’interno di quel contesto inesorabilmente dato senza cadere nei guai.

Detto questo, non si tratta di una tradizione determinata dalla stessa storia discografica alla quale ogni nuovo arrivato dovrebbe conformarsi. O in altre parole: l’incantesimo può colpire ancora e ancora. Come dimostra Ingrid Carbone con il suo nuovo album, cui è stato non senza ragione il titolo “L’Enchantement retrouvé”: in questo caso l’incantesimo che poteva (doveva?) essere riscoperto nei suoi occhi e che è riuscita a riscattare con il cuore e l’anima. I suoi studi di composizione potrebbero averla aiutata in quello che alla fine è uno degli aspetti più belli della sua interpretazione: riscoprire lo spartito e poi dargli una direzione interpretativa e stare lontano da ciò che io teoricamente chiamo nuoto a secco e che alla fine non porta nulla; e certamente non per l’ascoltatore. Questa musica dovrebbe suonare fresca come la rugiada e chiara come il vetro, con gli accenti posti dove, data la percezione individuale del musicista, sono i più eloquenti. Accelerandi e rubati non diventano quindi un obiettivo in sé, ma prendono forma con una flessibilità che – dovrebbe essere interpretato come un paradosso – è incorporata in una forma che mantiene la forma. Questo non ha nulla a che fare con l’ostentazione, e mostra, ma con devozione, entusiasmo, intimità e metamorfosi poetica. Fornisce un’esposizione convincente di ciò che rimarrà sempre un paesaggio affascinante nelle mie orecchie.

Il pianoforte a coda Bechstein dal suono meraviglioso e perfettamente accordato (il modello D proviene dalla collezione Angelo Fabbrini) e la registrazione dettagliata dimostrano di essere il supporto ideale per questo gioco magnifico e variegato di questa acclamata vincitrice del premio (troverai molto su di lei in internet).

Corrierebit, 14 giugno 2020

Un ottimo Schubert per Ingrid Carbone – Cesare Guzzardella

È recente l’uscita di un CD per Da Vinci Classics dedicato a Franz Schubert della pianista cosentina Ingrid Carbone. Dopo il successo del Cd d’esordio dedicato a Liszt, il recente lavoro denominato L’enchantement retrouvè ha avuto un riconoscimento importante negli Stati Uniti. La pianista ha infatti ottenuto un rilevante premio in California ai Global Music Awards. L’impaginato scelto prevede Four Impromptus D.899 Six Moments Musicaux D.780, dieci brani maturi del grande compositore viennese, composti negli ultimi due anni della sua vita. I celebri lavori, di grande impegno melodico-armonico, esaltano la maestria di Schubert nel mettere in rilievo il personale linguaggio dove viene esaltata la felice produzione melodica unita all’insuperabile maestria di costruzione architettonica, armonicamente solida e ricca d’equilibrio. L’oramai affermata pianista calabrese ha colto con avvincente controllo tecnico-dinamico le contrastanti sensibilità schubertiane, fornendo un’interpretazione di ottima qualità, giocata su una robusta impalcatura strutturale che rivela una ricca tavolozza coloristica di matura riflessività. Ingrid, oltre agli studi musicali, è una stimata docente ricercatrice universitaria in ambito matematico. Le due grandi passioni della Carbone, la matematica e la musica, certamente concorrono a rendere il suo modo di esprimersi con lo strumento a tastiera in maniera estremamente preciso per una restituzione musicale dettagliata e ricchi d’espressione. Un cd anche ottimamente registrato del quale certamente si consiglia l’acquisto.

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Gothic Network, 25 giugno 2020

Da Vinci Classics. L’incanto di Schubert con Ingrid Carbone – Piero Barbareschi

Franz Schubert – L’echantement retrouvé, è il titolo di un CD Da Vinci Classics nel quale Ingrid Carbone propone la registrazione dei quattro Impromptus D.899 (op.90) ed i sei Momenti Musicali D.780 (op.94).

All’incirca un anno fa su queste pagine pubblicavamo una recensione di un altro CD di Ingrid Carbone, dedicato ad alcune composizioni di Franz Liszt intime e quasi cameristiche, intendendo con questo termine una destinazione esecutiva ideale in un contesto familiare. Anche in questa occasione la scelta dell’interprete è caduta su un autore, Franz Schubert, che in qualche modo incarna nell’immaginario collettivo il piacere di fare musica in ambienti raccolti ed avvolgenti, nonostante la sua produzione, di fatto scoperta ed ammirata postuma, comprendesse anche lavori per grandi organici. Un autore tanto geniale quanto sorprendente e del quale, come forse è accaduto solo con Mozart, si rimpiange la scomparsa per l’impossibiltà di ascoltare quanto avrebbe scritto negli anni influenzando senza dubbio l’evoluzione della musica colta occidentale, molto più di quanto la sua produzione, valorizzata peraltro molto, troppo tempo dopo la morte, non abbia fatto.

Impromptus e Momenti Musicali: una scelta tipicamente romantica per proporre brani che di fatto non trovano nel titolo la definizione di una forma prestabilita, ma un fluire melodico che si dipana liberamente, non escludendo ripetizioni o elaborazioni, senza tuttavia essere incatenato in schemi rigidi. Anche in questo caso Schubert ci lascia quasi attoniti per la bellezza delle idee musicali e l’originalità con le quali elabora la propria ispirazione. Con brani come questi l’interprete si trova di fronte ad una grande responsabilità. Se è consapevole, come è necessario che sia, che gli Impromptus furono scritti poco tempo prima della morte dell’autore (in questo caso obiettare che era in ogni caso in giovane età non ha senso, poiché la malattia ne aveva alterato la lucidità mentale), scoprire, eseguendoli, lo straordinario fascino e la struggente malinconia che comunque li pervade, provoca un desiderio impellente di condividere tale bellezza con l’ascoltatore.

È necessaria tuttavia molta attenzione nell’affrontare Schubert e le sue composizioni. Senza cadere nello stereotipo dell’artista romantico e sfortunato che è stato crudelmente punito dalla natura, è un dato di fatto che ci si trova di fronte ad un musicista straordinario, geniale, precursore ma anche realmente disperato e disorientato. La sua musica assume allora una connotazione ancor più coinvolgente a livello emotivo, in alcuni casi autenticamente commovente scoprendo idee melodiche che compaiono inaspettate come fugaci raggi di sole in un cielo grigio durante un temporale. L’interprete non può rimanere indifferente e non aspirare ad evidenziare queste peculiarità. Deve fare realmente quello che la definizione suggerisce: interpretare i segni di un linguaggio non verbale con il quale l’autore mette a nudo la propria anima.

Ingrid Carbone riesce perfettamente a raggiungere tale scopo. Sin dalla prima traccia è percepibile una cura del suono (evidenziata ed assecondata anche da un superbo pianoforte Bechstein della collezione Fabbrini) ed un’immersione nell’universo schubertiano che rende l’ascolto puro godimento. In particolar modo i quattro Impromptus, che per l’apprezzamento avuto sono entrati nel repertorio anche di chi forse non sempre possiede i mezzi tecnici per realizzarli come meritano (in questo caso Schubert condivide con il Mozart apparentemente semplice il maltrattamento pianistico), risplendono in questa registrazione di una luminosità particolare. È raro che accada, ma confessiamo che dopo aver ascoltato questi Impromptus siamo stati stimolati a riprendere in mano lo spartito e rileggere alcune sezioni, non certamente per un banale e presuntuoso paragone nell’esecuzione, ma perché Ingrid Carbone ha risvegliato sensazioni ed emozioni provate molti, tanti anni addietro in occasione di esecuzioni giovanili. Credo che questa considerazione sintetizzi al meglio la qualità dell’interpretazione.

I Momenti musicali, ancorchè pubblicati nel 1828, furono scritti in anni diversi prima di questa data. Noi crediamo che, nel caso l’ascoltatore meno esperto ascoltasse per la prima volta questa successione di brani, non potrà non identificarne almeno uno che rimarrà particolarmente impresso nella mente e nel cuore. Anche in questo caso con l’esecuzione di Ingrid Carbone Schubert rivela la genialità che ben conosciamo ed apprezziamo anche in altre grandi composizioni pianistiche, sintetizzando in queste forme più brevi le sue inconfondibili ma sempre sorprendenti modulazioni, le scelte di modelli ritmici, la capacità di creare momenti di sospensione e tensione armonica e melodica. L’ascolto della seconda idea del secondo Momento Musicale con l’andamento ondeggiante della mano sinistra o la drammaticità espressa dalla prima idea del quarto Momento Musicale nonostante una scrittura in apparenza banale giustificherebbero già l’acquisto del CD.

Anche con questo CD Ingrid Carbone riesce a non lasciare indifferente l’ascoltatore. La bellezza può forse essere considerata un valore assoluto ma in musica la sua contemplazione deve essere aiutata ed illuminata adeguatamente da chi la esegue. In questo CD schubertiano non abbiamo trovato zone d’ombra che ne impediscano la visione nei minimi particolari.

Pubblicato in: GN31 Anno XII 25 giugno 2020
Klassiek Centraal, 29 maggio 2020

★★★ Compositori rivoluzionari conservatori… e artisti… Tre volte cinque stelle!

Ludwig van Mechelen

È consentito chiamare compositori come Bach, Beethoven, Schubert, Liszt e Rachmaninov sia conservatori che rivoluzionari? Possiamo anche etichettare i tre pianisti di cui stiamo discutendo qui con le loro esibizioni dei suddetti compositori come “conservatori rivoluzionari”?
Eliane Rodrigues, INGRID CARBONE e Alberto Ferro sono tre pianisti che, come i compositori citati, hanno in comune di non essere mai passati inosservati nel panorama musicale. Tutte e tre sono personalità appassionate che si sforzano di trasmettere al pubblico con convinzione il prezioso messaggio di rivoluzione/evoluzione della musica, in particolare quello dei compositori che eseguono. Fonti piene di vita, speranza, forza, visione. È così che possiamo descrivere questi pianisti, ma anche i compositori. Ognuno fornisce una sorta di approccio di rivoluzione/evoluzione alla musica, proprio come i geniali compositori hanno spinto i confini a modo loro. Tutti erano e sono anche attaccati ai valori della Bellezza – ma il loro approccio è caratteristico e decisivo – quindi potremmo chiamarli conservatori come rivoluzionari. Questo li rende ancora più affascinanti e attraenti. Ciò dimostra che la musica è un materiale vivente. Questo è il motivo per cui riuniamo questi artisti in una discussione di varie registrazioni da solista che hanno realizzato separatamente.

★★★ Global Music Award per Schubert di Ingrid Carbone che ci offre anche Liszt

Può essere orgogliosa, la pianista italiana Ingrid Carbone, per la sua medaglia di bronzo “Global Music Awards 2020”, un’outsider nel mondo dei premi musicali. Si fonde con Franz Schubert in un modo molto diverso da quello che fa con Franz Liszt. Il suo fuoco italiano ravviva l’anima dei due compositori, ma la Carbone rimane molto fedele e pura al messaggio. È se stessa come è il compositore che interpreta. È un dono che hanno molti grandi talenti: empatia senza imporsi, intreccio con il compositore e il suo lavoro. Questo rende ancora più chiaro e piacevole e più comprensibile il messaggio che solo i geni possono mettere così profondamente nel loro lavoro. Insieme, immortalano la musica che si spera possa affascinare, ispirare, muovere, far sperare e desiderare molte, molte generazioni dopo di noi. La Carbone trasmette perfettamente questi messaggi.
Lasciatevi trasportare da lei.

MusicVoice, 17 marzo 2020

I segmenti incantatori di Schubert – Andrea Bedetti

Probabilmente, non esiste un altro compositore nella storia della musica come Franz Schubert al quale possa essere accostato il gioco delle maschere di pirandelliana memoria. E più lo si conosce e si entra nei meccanismi della sua opera, più ci si rende conto di come il sommo artista viennese possa musicalmente incarnare personaggi come Vitangelo Moscarda, Enrico IV, Adriano Meis, garanti di molteplici realtà e verità che si assommano e si annullano vicendevolmente. E questo perché al di là di un’apparente semplicità, la musica schubertiana è intessuta di una complessità, di una multiformità che buona parte della letteratura critica del secondo Ottocento ha voluto negare, annichilire, depauperare, dando vita a un’immagine del compositore che è l’emblema stesso di uno zuccherificio in stile Biedermeier e di cui le nefaste e orripilanti conseguenze si sono poi ramificate nell’immaginario collettivo, al punto da dare vita, nel corso del secolo scorso, a deliranti risultati a livello di diffusione popolare (un esempio per tutti è dato dalla lacrimevole commediola cinematografica Angeli senza paradiso, diretta nel 1970 da Ettore Maria Fizzarotti, che a sua volta riprende un film austriaco del 1933 dallo stesso titolo di Willi Forst, con Al Bano (sic) nei panni di Schubert e con Romina Power in quelli della sedicente contessina Anna Roskova).

Questo perché, dopo la morte di Schubert, che segue di un anno quella di Beethoven, si cercò di imporre, sulla falsariga di quanto si era già fatto nei confronti di Mozart, un’interpretazione riduttiva e conciliante, capace di far apparire il musicista viennese quale campione dell’intimità e della banalità borghese dell’epoca, emissario supremo della tenerezza lirica e sentimentale, dando luogo, allo stesso tempo, a una sistematica rimozione del lato oscuro, distorto e profondo della sua personalità sostituendolo con un tipico cliché ottocentesco che ha portato all’annosa e perniciosa immagine oleografica di “musicista-sfortunato-povero-incompreso” da inserire nelle pagine ideali di un alternativo Cuore deamicisiano. In realtà, come hanno poi dimostrato studi e ricerche in ambito sociologico e psicoanalitico, senza dimenticare l’evoluzione del contributo musicologico, Schubert e la sua musica sono da annoverare e sistematizzare in scenari ben più complessi e articolati, a cominciare da un’inevitabile e affascinante interpretazione, come si è già detto all’inizio, in chiave pirandelliana.

Mi ha sempre affascinato la definizione che Thomas Mann diede di Schubert e della sua musica in un celebre passaggio del Doctor Faustus attraverso le parole del suo protagonista Adrian Leverkühn, «Cercava invece il genio bifronte [è forse quindi esagerato evocare il pirandelliano “gioco delle parti” di fronte a tale definizione, N.d.A.?], sempre toccato dal soffio della morte, di Schubert, preferibilmente dove questi conferisce la più alta espressione a una fatale solitudine, non ben definita ma inevitabile». E non è certo un caso, in tale ottica, il fatto che questo passaggio del capolavoro manniano sia stato ripreso da un sensibile e attento psichiatra come Edoardo Borgna nel suo saggio Come in uno specchio oscuramente, in cui la malattia, il disagio di un’instabilità mentale fanno da sottofondo a un modello di espressività, di creatività, di stra-ordinarietà che va ad alterare la stabilità dell’ordinario.

Ancor più di Mozart da un lato e di Beethoven dall’altro, Schubert è l’artista che, all’avvio del XIX secolo, è capace di incarnare idealmente quel senso di smarrimento che introduce l’uomo al concetto di modernità, facendo scaturire dalla sua dimensione esistenziale e dalla sua opera musicale quella proiezione che porta la proteiforme definizione di “non-appartenenza”, la quale rende sfuggevole, indistinto, sfuocato tutto ciò che tocca, come se fosse un re Mida del patologico. E come Mozart, ma su un piano diverso, è come se Schubert fosse stato affetto da una particolare forma di progeria che, invece di intaccare i tessuti e l’organismo portandoli a un veloce e inarrestabile deterioramento, avesse attecchito la sua dimensione interiore, la sua psiche, obbligandolo a guardare e a rappresentare la realtà circostante, l’oggetto al di fuori di sé, come un essere già prigioniero della caducità delle cose. Se così non fosse, come dovremmo considerare il fatto che il compositore viennese a soli diciotto anni fu artefice di quella pagina intrisa di macerazione e di putrefazione che è il quintetto Der Tod und das Mädchen?

Ma la “non-appartenenza” ha anche il potere di generare il virus dell’apparenza, di colui che non può essere ed esistere nella sua non-omologazione, ma che può soltanto apparire agli occhi e alle menti altrui per come dev’essere ricondotto a una più tranquillizzante omologazione (e ciò ci riporta, come già affermato, all’opera mistificatrice effettuata da buona parte della letteratura critica ottocentesca nei confronti di Schubert e di cui ne ha risentito ancora in parte quella novecentesca). Un processo di omologazione che scaturì inevitabilmente dal bisogno di “irreggimentare” l’immagine di un musicista votato alla solitudine, alla “devianza sessuale” (Schubert è stato fondamentalmente un omosessuale, visto che oltre a frequentare “giovani pavoni”, come venivano chiamati quei ragazzi di vita che si travestivano da donne e che si vendevano dopo il tramonto nei dintorni di Vienna, nel 1826 andò a vivere con il poeta gay Johann Mayrhofer, il quale gli fornì i testi per una cinquantina di Lieder, per poi diventare l’amante del celebre baritono e compositore Johann Michael Vogl), a una trivialità (è nota la sua predisposizione al bere e tendenzialmente all’alcolismo) che mal si conciliavano con l’idea e la rappresentazione di un artista che avrebbe dovuto incarnare un preciso momento storico e culturale, quello rappresentato per l’appunto dal Biedermeier, prima che questo movimento culturale e stilistico assumesse connotazioni decisamente dispregiative nel corso della seconda metà dell’Ottocento.

Indubbiamente, tale operazione fu facilitata anche dal fatto che la maggior parte della produzione schubertiana, caso più unico che raro nella storia della musica, non venne mai eseguita nel corso della breve vita del suo autore; a tale proposito, non dobbiamo mai dimenticare che la predisposizione all’Unvollständigkeit, all’“incompiutezza” tipica nella sua ricerca creativa è figlia di quella necessità di “proiettare”, di “immaginare” la stessa volontà creativa, data non solo dall’instabilità formale nel quale riversarla, ma anche dal fatto che Schubert fu costretto a sviluppare solo interiormente l’evoluzione del suo stile e della sua visione musicale data l’impossibilità di poterla ascoltare fisicamente (quanti autori non ebbero la fortuna di vedere eseguita nessuna sinfonia da loro composta come accadde per il compositore viennese?).

Questa “instabilità”, questa continua mutazione nella volontà compositiva, tale da portarci a considerare l’incompiutezza schubertiana come una rappresentazione di “altra” compiutezza, non dev’essere mai disgiunta anche quando si ascoltano quelle opere apparentemente “minimali” che appartengono al repertorio pianistico, come nel caso dei Moments musicaux (op. 94) e degli Impromptus (op. 90 e op. 142), i cui titoli furono dati dall’editore e non dal loro autore (ad essere precisi Maximilian Joseph Leidesdorf chiamò i primi, con un francese a dir poco approssimativo, “Momens musicals”). Brani, più precisamente l’op. 90 & l’op. 94, che sono stati recentemente registrati dalla pianista calabrese Ingrid Carbone per l’etichetta Da Vinci Classics in un CD dal titolo L’enchantement retrouvé e la cui lettura porta a fare alcune considerazioni, anche in ambito generale.

Moments musicaux, con gli Impromptus, rientrano nelle grandi opere della maturità schubertiana, tenuto conto che furono concepiti nel corso della fase più avanzata della parabola creativa di Schubert, ossia fra il 1823 e il 1828. Ciò che importa sapere non è tanto se tali pagine debbano essere inscritte nella sfera di una possibile e presunta unitarietà d’intenti o se al contrario debbano essere considerati brani sciolti, il cui accostamento fu dovuto solo da motivi squisitamente editoriali; qualunque sia la verità, ciò che preme maggiormente è il fatto che Schubert fu in grado di dimostrare attraverso di essi come il pianoforte fosse ormai uno strumento capace di esprimere con poche, sintetiche tracce, una sensazione, uno stato d’animo o un pensiero fugace, sia di gioia sia di tristezza, ossia di evidenziare uno dei messaggi che stavano maggiormente a cuore all’estetica romantica, vale a dire la capacità, ma sarebbe meglio dire la “sintonia”, attraverso la quale l’artista doveva dare vita plasticamente alla visione fuggevole, fugace di cui era intriso in quel preciso momento (l’annoso “Fermati attimo, sei bello!” di faustiana memoria). E poco importava se questo fulminante atto creativo poteva e doveva rientrare nell’alveo della frammentarietà (e, nel caso di Schubert, nel concetto proiettante dell’Unvollständigkeit), forma tangibile di quell’essenzialità primigenia capace di collegare idealmente i canoni del pensiero romantico, a cominciare dalle riflessioni di un Friedrich Schlegel che, esponendo le ragioni dello Spirito in chiave artistica, parlava espressamente di un qualcosa «vibrante di brevi colpi», con le istanze surrealiste di un Breton e di un Aragon di un secolo dopo, le quali annullano indissolubilmente la presenza della realtà, dell’oggettività quale “bacino di carenaggio” nel quale si può raccogliere e formare l’atto creativo, a vantaggio esclusivo di un’interiorità annegata nel mare onirico dell’Io. Ecco perché, alla luce di ciò, non si commette di certo un atto illegittimo il considerare sia i Moments musicaux, sia gli Impromptus un momento creativo «vibrante di brevi colpi» che si prefigge il compito di fissare l’attimo, l’istante.

Certo, Schubert lo fa con la sua solita capacità impregnata di incanto/disincanto, di purezza/sconcezza, di gioia/sofferenza (il Giano bifronte!) che pone inevitabilmente problemi di lettura e di esecuzione non indifferenti da parte dell’interprete. E questo anche perché c’è un ulteriore aspetto del quale tenere conto; al di là del principio relativo alla loro momentaneità, l’op. 94, l’op. 90 & l’op. 142 esprimono un soggiogante fascino dato dal fatto che il loro esistere, il loro essere forma sonora resa con l’atto dell’esecuzione/ascolto rappresentano solo il segmento fisico del loro esistere. In fondo, i Moments musicaux e gli Impromptus sono delle linee che noi riusciamo a cogliere in quanto segmenti di tali linee solo quando emergono fisicamente e acusticamente all’improvviso, rendendosi manifesti nella loro oggettività scaturendo da un’immanente soggettività che prima ancora di essere suono esteriore (i segmenti) è già suono interiore (le linee). È come se i “brevi colpi” evocati dal pensiero schlegeliano si realizzassero in materia in Schubert tramite questi fulminei segmenti capaci di ribellarsi alle linee interiori di cui fanno parte, materia fatta di ribellione, di realizzazione quale atto apparentemente proibito, sfida in nome di una concisione che va a posizionarsi inauditamente accanto al profluvio temporale/spaziale dato dalle concomitanti Sonate pianistiche D.958, D.959 e D.960.

Della pianista cosentina Ingrid Carbone mi sono già occupato, in sede di recensioni su questa rivista, già in occasione dell’uscita del suo disco dedicato a Liszt, sempre per la Da Vinci Classics, e quando mi ha fatto sapere che era in procinto di registrare l’op. 90 & l’op. 94 di Schubert su un pianoforte Bechstein, ho pensato che fosse un azzardo, una sfida che avrebbe potuto avere, da un punto di vista timbrico e del fraseggio, un esito insoddisfacente dato che la meccanica di questo strumento non garantisce quella “fluidità” necessaria per affrontare e rendere al meglio queste pagine, come avviene invece con uno Steinway o un Fazioli. Ma conoscendo la perizia tecnica e artistica della pianista, ho ascoltato con curiosità e interesse la sua lettura, a cominciare dai quattro Impromptus op. 90, i quali, è bene ricordarlo, sono degli schizzi pianistici che non hanno alcun obiettivo in senso “descrittivo”, in grado di sostenere la loro fuggevole intelaiatura attraverso un progressivo sviluppo di poche idee musicali e con il sapiente uso delle risorse armoniche estrapolate, sviscerate dal pianoforte, poiché in questo caso il “poeta” non è l’artista ma il suo strumento che si erge ad artefice magnum di un rappreso affiorare sonoro, fogli d’album in cui le immagini sono date da fuggevoli pensieri, emozioni dissociate, visioni diafane.

Come accade nel primo Improvviso in do minore che Ingrid Carbone trasforma inizialmente in una sorta di dolente marcia funebre che si manifesta dal nulla sebbene sia già presente (il segmento che si ribella e si distacca dalla linea), in cui le note sono rese come dei passi che si alternano nel corso di un mesto corteo, con lo sguardo rivolto verso il basso. Il Bechstein dona la dovuta oscurità (la mano sinistra fruga tra le tenebre interiori) e il pulsare degli accordi, accuratamente détachés, lasciano poi, improvvisamente e dolcemente, sbocciare lo sviluppo che ha la capacità di rasserenare, con il corteo funebre che si dissolve sotto l’impulso timbrico che la pianista calabrese infonde, anche se le ombre (sempre la mano sinistra) non possono staccarsi dal tessuto espressivo, quasi fossero un indissolubile Doppelgänger. La forma tripartita, in ciò, è implacabile e il ritorno del tema iniziale è filosofia fatta con il martello, senza che però la fluidità, la liquidità del gesto vengano mai meno. Nel secondo Improvviso, in mi bemolle maggiore, la fluidità del tocco si coniuga, nell’interpretazione della pianista, con una raffinata agogica che non cede alla spettacolarità (una trappola, questa, in perenne agguato nella sezione centrale, quella detta “all’ongarese”), trasformandosi in un dipinto sonoro in cui la disciplina del ritmo lascia spazio a microscopiche dilatazioni e contrazioni di un respiro che si fa immagine nella sua cristallinità melanconica. Il terzo Improvviso, in sol bemolle maggiore, viene reso giustamente in modo tenue da Ingrid Carbone, con un fraseggio discreto, mai disgiunto dalla sottile e dolce minaccia del registro basso, pallida irradiazione di un sentire destabilizzante che rompe idealmente l’atmosfera sognante del brano, fremente in certi punti, accorata emanazione di un ésprit romantico che, cosa buona e giusta, non si stempera in una perniciosa smanceria, mentre l’ultimo Improvviso in la bemolle maggiore mostra una lettura in cui predomina una liquidità tattile, con la tastiera del pianoforte che trasmuta nel famoso tema principale in un ruscello luminescente, una cascata educata in cui sopraggiunge sempre, e non potrebbe essere altrimenti, un pensiero oscuro (lo “specchio oscuro” evocato da Edoardo Borgna nel suo saggio… ) annunciatore della fine incipiente, messaggero di consolanti tenebre nelle quali trovare la vera luce.

Con questa “liquidità” è come se l’artista cosentina abbia voluto ricordare come Schubert intendeva il concetto di pianismo; un pianismo esente dalle leggi del concertismo, agli antipodi sia dal modo di trattare il pianoforte come faceva Liszt, così come lontano, lontanissimo, da quel virtuosismo pacato e crepuscolare emanato da Chopin, in quanto la sua priorità stava nel far “cantare” lo strumento. Una “cantabilità” che raggiunge per l’appunto il suo vertice proprio con gli Impromptus e i Moments musicaux, la cui “comunicabilità” viene resa interiormente grazie al saperli cantare con le dita, perché solo il canto, reso con un’altra voce, può esprimere la pletora di emozioni e di sensazioni che si annidano in queste brevi pagine.

E il canto, necessariamente, in Ingrid Carbone continua nei Moments musicaux. Fin dal primo brano, il Moderato in do maggiore, il cui disegno melodico non viene reso con la dovuta e solita asciuttezza, ma con un fraseggio che tende a ingentilire, ad aggraziare la linea priva del sostegno armonico. L’Andantino in la bemolle maggiore viene poi reso come se fosse una riflessione sonora, con un timbro stratiforme che dà vita a un chiaroscuro dall’esistenza autonoma, svincolato dal gesto interpretativo, il cui sapore richiama una sfuggente desolazione interiore, cullata da una speranza remota destinata a rimanere tale sotto le dita di un racconto di cui sembra di conoscere la parola fine ancora prima che il tutto abbia inizio. In ciò, la pianista calabrese predilige delle sonorità rapprese, conchiuse, che portano a leggere questa pagina, facendo un paragone pittorico, non sulla falsariga di un quadro impressionista, ma di un dipinto votato al puntillismo. Non manca la dimensione di un’allegrezza artefatta, una felicità ironica date dall’Allegro moderato in fa minore, simile a una pantomima di una marionetta uscita dal teatro di Heinrich von Kleist. Il cantabile che Ingrid Carbone poi instilla nel Moderato in do diesis minore sembra addolcire la severa tessitura che rimanda inevitabilmente al Kantor (e questo soprattutto nella ripresa finale del tema) mentre al contrario la melodia centrale è resa in modo meno “folkloristico”, ma con nuances che fanno trasparire una bonaria severità. E se l’Allegro vivace in fa maggiore vede il Bechstein trasformarsi in un talamo infuocato, con le canaline di scolo che riversano inaspettate passionalità, il finale Allegretto in la bemolle maggiore (la stessa tonalità che chiude l’op. 90) è un passo d’addio che avrebbe fatto sorridere Giovanni Arpino, come nel suo omonimo romanzo, in cui Schubert sembra avviarsi ad essere il protagonista di quel corteo funebre tratteggiato nell’Impromptu iniziale dell’op. 90, in cui il suono espresso ce lo mostra ancora titubante se staccarsi dal corteo funebre smettendo i panni dello spettatore per assumere quelli del caro estinto. Qui c’è tutto: tenerezza, nostalgia, il desiderio di voltarsi indietro un’ultima volta, la massa di ricordi che si alternano vorticosamente. Un sublime drappo funereo che sembra riecheggiare le ultime parole che Pavese scribacchiò prima di addormentarsi per sempre: «Perdono tutti e che tutti mi perdonino».

La presa del suono è stata effettuata da Marcello Malatesta, ma il plauso deve andare soprattutto al lavoro di mastering effettuato da Corrado Ruzza, il quale ha saputo esaltare adeguatamente il timbro del Bechstein e il tocco di Ingrid Carbone. La dinamica è granitica, rocciosa, ma allo stesso tempo veloce e con gli armonici che decadono correttamente (e questo vale soprattutto per il registro grave); il palcoscenico sonoro vede lo strumento inserito spazialmente senza trovarsi troppo in profondità, con un equilibrio tonale rispettoso degli opposti registri e con un dettaglio che mette a fuoco, con una notevole dose di nero, la matericità del pianoforte.

Andrea Bedetti

Giudizio artistico 4,5/5
Giudizio tecnico 4/5

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Opera Teatro, 12 maggio 2020

In disco: Ingrid Carbone interpreta Schubert, Davide Cornacchione

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RADIO

Intervista: Radio Classica, "In Cuffia" di Luca Zaramella, 5 marzo 2020

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Intervista: Rete Toscana Classica - "Cronache Musicali" di Luca Berni, 8 aprile 2020

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