Ingrid Carbone è stata intervistata da Elisa Alloro su Emilia Web Radio durante il talk “No Chattering”. Puoi ascoltare l’intervista qui>>
Oppure puoi leggere la trascrizione.
Oggi, niente chiacchiere: proviamo a capire dove e come nasce l’alchimia tra rigore e ispirazione.
Siamo in compagnia di Ingrid Carbone. Pianista premiata a livello internazionale, ricercatrice in analisi matematica, creatrice delle conversazioni-concerto: un format che fonde racconto e musica e che ha conquistato Europa, Canada, Sud America e Medio Oriente.
Queste conversazioni-concerto sono diventate una tua firma. Come sono nate? Qual è stata la scintilla che ti ha fatto capire che la musica andava raccontata, non solo eseguita?Posso collocare quel momento con precisione nel tempo e nello spazio. È stato in Cina, nella primavera del 2019, durante un lungo viaggio in diverse città, tra cui Wuhan, dove tenevo delle piano-lectures per docenti e futuri docenti di pianoforte.
Lì mi venne fatta una richiesta molto specifica, una richiesta che in Occidente raramente arriva: presentare, attraverso un PowerPoint, temi come la pedagogia musicale in Italia, la musica barocca, la musica romantica.
In quel contesto mi sono resa conto che andare al pianoforte, spiegare, entrare nel dettaglio della mia esperienza personale e della mia visione dei brani funzionava.
Quel format è nato in modo del tutto naturale, ma mi è apparso immediatamente necessario: per far capire la struttura di un brano, le possibili scelte interpretative, il perché di una decisione piuttosto che un’altra.Il pubblico era molto vario, non specialistico: non un conservatorio, non un’università. E ha funzionato.
Tornata in Italia, alla prima occasione utile, ho proposto agli organizzatori di trasformare il concerto in una conversazione-concerto, un incontro di questo tipo.Incredibile. Avendo portato questo progetto in culture molto diverse, qual è stato l’ascolto più inatteso che hai incontrato?
Proprio quello in Cina. Forse uno dei pubblici più lontani da noi, da un punto di vista culturale.
Noi cresciamo immersi nella musica: nei film, ovunque. Eppure lì ha funzionato. Poi in Italia, e successivamente un po’ dappertutto.È arrivata anche la pandemia, non dimentichiamolo. Ho continuato anche da casa, in occasioni di beneficenza, concerti online. Il riscontro c’è stato.
Ed è stato il momento in cui questi due mondi — il laboratorio scientifico e il palcoscenico — invece di scontrarsi hanno cominciato a parlarsi.Tra l’altro, quello è stato anche un periodo di grande produzione discografica. Chiusi in casa, ho iniziato uno studio dello spartito ancora più approfondito.
Mi sono posta domande che prima non mi ero mai posta, o comunque non con questa intensità.È stato il momento in cui ho capito che la mia mente scientifica, abituata a lavorare con la struttura e l’analisi, non era un impedimento alla mia arte, ma un valore aggiunto.
Il tuo repertorio è noto per intensità e lucidità interpretativa, quasi una ricerca scientifica del dettaglio. Quando prepari un concerto, qual è l’elemento guida: l’emozione o la struttura?
È una domanda complessa. Il lavoro dietro un concerto è lungo: porto sul palcoscenico brani su cui lavoro per mesi.
Credo però che emozione e struttura siano due lati della stessa medaglia. Non può esistere l’una senza l’altra.La struttura deve essere chiarissima, vista con lucidità e attenzione. Io lo faccio con un approccio analitico, deduttivo, scientifico.
Questa comprensione profonda della struttura — e di quella che immagino fosse la volontà del compositore — orienta naturalmente la scelta interpretativa.C’è un sentire intuitivo, certo, ma bisogna stare attenti: il rischio è fare scelte anacronistiche, incoerenti con il periodo, lo stile, gli strumenti dell’epoca.
Quindi convivono entrambe le dimensioni. Forse è il mio doppio: artista passionale da una parte, necessità di controllo dall’altra.Un connubio interessante.
La critica lo ha spesso sottolineato, con mio piacere, mettendo in luce la mia formazione matematica e la mia attività accademica. Una mente che, per qualcuno, va oltre lo spartito.
In un’epoca in cui tutto deve essere immediato, come si coltiva il tempo lungo della musica e della ricerca?
Non mi sono mai allineata a questa velocità e a questa superficialità che ci sta fagocitando.
Il mio lavoro oggi è lo stesso di prima: si costruisce con calma, con tempo, senza fretta.È il messaggio che cerco di dare durante le conversazioni-concerto, soprattutto ai giovani: non si costruisce nulla senza prendersi il tempo giusto.
Ciò che si impara in fretta si dimentica in fretta.Molti tuoi lavori esplorano repertori meno frequentati, che richiedono coraggio. Qual è il rischio più grande che hai corso artisticamente?
Ne ho corsi due.
Da una parte confrontarmi con brani interpretati dai più grandi pianisti del Novecento.
Dall’altra esplorare autori e composizioni poco eseguite, come alcuni brani di Liszt presenti nei miei album.A me piacciono le sfide. Accettare il rischio significa lavorare dando il massimo, accettando anche le critiche.
Il risultato ha superato le mie aspettative: uno dei brani incisi ha superato i 200.000 ascolti su YouTube, cosa che non avrei mai immaginato.Il progetto è stato selezionato tra i migliori album del 2022 agli International Classical Music Awards. Una grande soddisfazione, una barriera culturale battuta.
E ci sarà un nuovo salto nel buio?
Sì, ho due idee in cantiere.
Un album complesso, che richiede molto tempo, e poi l’idea di scrivere un libro: mettere nero su bianco ciò che faccio durante questi incontri.
Ovunque l’abbia presentato, questa richiesta è arrivata forte.

