Il talento di Ingrid Carbone unisce musica e scienza. Un’intervista di Mafalda Meduri su Gazzetta del Sud sull’attività internazionale di Ingrid Carbone come pianista e sul suo lavoro come matematica presso l’Università della Calabria. Puoi leggere l’intervista completa qui>>
Di seguito un estratto.
Esistono confini che sono solo un’illusione dello sguardo. Come quello tra scienza e musica. Tra la precisione di un teorema e l’emozione di una nota. Ingrid Carbone vive e crea in quel territorio di luce dove gli opposti si parlano e si completano. Generano un linguaggio nuovo. È una pianista cosentina dalla carriera internazionale. È una ricercatrice di Analisi Matematica all’Università della Calabria.
Due anime? No, una sola coscienza che esplora il mondo con il duplice strumento della logica e dell’intuizione. Dalle aule universitarie ai teatri del Medio Oriente per abbattere il pregiudizio che la musica classica – e la matematica – siano roba per pochi. E lo fa con le sue “conversazioni-concerto”, dove, tra narrativo e musicale, la spiegazione non precede l’esecuzione, ma la compenetra, guida il pubblico in un ascolto consapevole, ricco di storia, immagini e poesia.
Abbiamo chiesto a Ingrid Carbone di svelarci i retroscena di questa alchimia. Con la stessa chiarezza con cui spiega una funzione agli studenti e la stessa passione con cui evoca le onde dello Stretto di Messina al pianoforte. Perché la sua è sempre un’unica, splendida lezione: quella sulla necessità di andare oltre la superficie. Di pescare, senza accontentarsi del pescato.
Metodo “conversazione-concerto”: qual è il principio fondante di questo suo format innovativo e come struttura l’equilibrio tra parola e musica per guidare il pubblico verso un ascolto consapevole?
«L’obiettivo è rompere il luogo comune della musica classica riservata a pochi, un pregiudizio che in Italia resiste, parallelamente a quello sulla matematica. Mostro la bellezza della musica collegandola al contesto che la genera. La mia idea è di fornire immagini, suggestioni, far vedere al pubblico cosa vedo e sento quando studio un brano. Lo faccio suonando al pianoforte, esemplificando i passaggi, portando le persone nel mio mondo. È un ascolto consapevole che nasce da uno studio rigoroso, quasi scientifico, che richiede ricerca: conoscere il contesto storico, la biografia, la poesia che ha ispirato il brano. È divulgazione di musica e di cultura a 360 gradi».
Il consumo culturale rapido è una tendenza attuale innegabile. Come le sue attività contrastano il “non andare in profondità” e stimolano lo spirito critico?«È un punto cruciale. Lo spettatore sperimenta il frutto di mesi, anni di lavoro complesso, multidimensionale. E lo percepisce. Non somministro “pillole” culturali, ma un racconto coerente che richiede tempo per essere preparato e, ascoltandolo, richiede tempo per essere assaporato. Lo spettatore si cala in una storia con un inizio, uno sviluppo, una sua atmosfera. Il mio lavoro è in netta contrapposizione con la tendenza alla velocità: avrei potuto fare ciò che faccio oggi anche vent’anni fa, senza le tecnologie attuali. In quei momenti, il tempo come lo intendiamo noi smette di esistere. Si induce curiosità, una pazienza che non si può esaurire in uno slogan».

