Servizio: RAI
Premio “Donna del Sud 2017” – FIDAPA BPW (Rende)
“Genialità è talento unico nell’interpretazione di Ingrid Carbone” dal film documentario “Genialià italiana sotto le stelle” – 2017
TEN (Tele Europa Network) – Proscenio
Intervista: RAI – Buongiorno Regione (2018)
Intervista: RAI – Buongiorno Regione (2017)
Film documentario “Genialià italiana sotto le stelle” – Teaser – 2017

Servizio Telecosenza – Ingrid Carbone suona Liszt al Parco degli Enotri, Mendicino (5 Giugno 2018)

Servizio TEN (Tele Europa Network) – Ingrid Carbone al Parco degli Enotri

CRITICA RECENTE

La “terra di mezzo” in Franz Liszt

Andrea Bedetti – MusicVoice, 9 marzo 2019

Se dovessimo suddividere grossomodo la vita e l’opera musicale di Franz Liszt, ci renderemmo conto che la sua parabola esistenziale ed artistica ricalca quella che contraddistingue il pensiero e la vita di uno dei maggiori filosofi dell’Ottocento, Søren Kierkegaard, il quale fu coetaneo del compositore e pianista ungherese (se Liszt è del 1811, Kierkegaard nasce due anni più tardi, ma muore prima, nel 1855, al contrario del musicista, deceduto più di trent’anni dopo, nel 1886). Dapprima in Aut-Aut e poi in Timore e tremore, il filosofo danese prospettò che la vita di un uomo può essere racchiusa in tre “sfere” esistenziali, quella “estetica”, quella “etica” e quella “religiosa”, che possono essere anche sperimentate tutte, come accadde proprio a Kierkegaard, il quale dalla sfera estetica passò poi a quella etica, per concludere la sua parabola con quella religiosa.

Anche per quanto riguarda la vita di Liszt si può operare in tal senso, considerando il periodo che va dal 1825 al 1840 (ossia da quando prese a esibirsi in giro per l’Europa fino all’incontro con Schumann e Wagner) e che può essere racchiuso nella “sfera estetica”, il periodo che va dal 1844 al 1862 (dalla fine della sua relazione con Marie d’Agoult fino alla morte della primogenita Blandine), quello che rientra nela “sfera etica” e, infine, il lasso di tempo che va dal 1865 al 1886 (da quando ricevette in Vaticano la tonsura e gli ordini minori fino alla morte), il periodo che va sotto la “sfera religiosa”.

Partendo da questa suddivisione, risulta estremamente interessante parlare dell’ultima registrazione discografica fatta dalla pianista cosentina Ingrid Carbone, la quale ha inciso per la Da Vinci Classics un CD che presenta opere che appartengono, seguendo il suddetto scherma, alla cosiddetta “terra di mezzo” della vita e dell’opera lisztiane, ossia la sua “sfera etica”, con brani come Après une lecture du Dante (risalente al 1849), Consolations, six pensées poétiques (sempre dello stesso anno), il celeberrimo terzo Liebestraum (O lieb, so lang du lieben kannst!), scritto nel 1850, e la seconda delle due Légendes, ossia St. Francois de Paule: marchant sur les flots (composta tra il 1862 e il 1863).

Per comprendere meglio i meccanismi della “sfera etica”, Kierkegaard in Aut-Aut spiega che l’uomo può decidere di cambiare tipo di esistenza, passando dalla vita estetica a quella etica, all’interno della quale egli può vivere conformemente a ideali morali, oltre ad avere la capacità di assumersi le sue responsabilità. Tale azione gli permette di poter scegliere fra il bene e il male, accettando il ruolo fondamentale della famiglia (nel ruolo del “marito”) e del lavoro, caricandosi sulle spalle anche il peso di possibili sacrifici per far sì che possa rispettare tali vincoli etici. Così, se la figura del “seduttore” (incarnazione della “sfera estetica”) vive unicamente istante per istante, perdendo in tal modo sé stesso, quella del “marito” fa sì di costruire una propria personalità, scegliendo la continuità del tempo in cui egli non fa che riaffermare la sua scelta da “seduttore” a “marito”.

Con una sorta di operazione plutarchiana, possiamo dunque rendere parallele in tale senso la vita di Kierkegaard con quella di Liszt, se si tiene conto non solo del passaggio che coinvolge sia il grande filosofo danese, sia il compositore e pianista ungherese dalla fase “seduttiva” (estetica) a quella “maritale” (etica), con il primo che decide di lasciare Regina Olsen e il secondo Marie d’Agoult (la quale aveva precedentemente abbondonato il marito e le due figlie per seguire Liszt), ma anche con l’adesione a una sfera attraverso la quale cessare di concepire la vita come una somma di istanti per accettare al contrario la concezione della continuità temporale, dando inizio a una dimensione più responsabile e, per l’appunto, “etica” dell’esistenza (restando al compositore, nel 1847 avviò la relazione sentimentale con la principessa Carolyne zu Sayn-Wittgenstein che non poté sposare solo per il fatto che quest’ultima non ottenne l’annullamento del precedente matrimonio, mentre nel 1849, durante i tumulti di Dresda, il compositore dimostrò il suo altruismo “etico” aiutando il “rivoluzionario” Wagner a trovare rifugio in Svizzera).

Così Liszt, in questi anni, tende ad annullare progressivamente l’aspetto mondano per dare più tempo e importanza a quello creativo-spirituale e a concepire l’istanza dell’eros, inteso nella sua accezione etimologica greca, più come una manifestazione dell’agape, ossia un amore maggiormente disinteressato, universale, quello che si irradia da chi vive attivamente e fideisticamente il Cristianesimo. Ed è anche il periodo che porta Liszt al mutamento dell’erotico a favore dell’eroico, che traspare, per esempio, nella creazione di alcuni poemi sinfonici come Les Préludes e Mazeppa, intrisi di un romanticismo squisitamente letterario. Ed è, per restare nell’ambito del rapporto tra musica e letteratura, il momento della creazione de Après une lecture du Dante che, come si sa, trae il motivo ispiratore dalla Divina Commedia, uno dei testi poetici più venerati da Liszt, una pagina pianistica che attinge da tre distinte componenti del capolavoro dantesco: la dimensione infernale, la supplica dei dannati rinchiusi nei vari gironi e l’episodio dell’amore proibito di Paolo e Francesca (a livello allegorico, tre momenti che la dicono lunga sul passaggio dalla fase “estetica” a quella “etica”, con la presenza ossessiva del tritono, il diabolus in musica, che caratterizza il tema principale su ottave discendenti).

La lettura che ne fa Ingrid Carbone pone l’attenzione, per meglio dire l’accento, su una dimensione che, però, nulla ha di eroico, preferendo invece intingere il pennino dell’interpretazione nel calamaio dell’alba di una nuova spiritualità; la sua agogica non è appassionata, titanica, come spesso capita di ascoltare, ma improntata a un suono che può essere definito quasi “rappreso”, fissato nel buio dello spazio circostante (l’uso dei pedali non è mai esasperato), trasformando di fatto quest’opera in una ricerca “etica” alla quale Liszt si volge per attingere alla luce di un senso spirituale del quale avvertiva un ineludibile bisogno che esulava dalla sola materia artistica per andare a sondare i misteri escatologici. Ecco, allora, che il suono evocato dall’interprete cosentina è frutto di tale escatologia, una riflessione sonora che indaga, attraverso gli episodi danteschi, il mistero della morte, l’afflizione data dal peccato, la ricerca di un amore proibito e assoluto che lascia il ctonico dell’eros per assurgere all’empireo dell’agape (il passaggio dedicato all’episodio di Paolo e Francesca viene reso agogicamente da Ingrid Carbone come una sorta di mantra timbrico, “resonante”, avvolgente nella sua tenue cristallinità fatta di lucentezza che diviene materia, in cui il desiderio si purifica nel rimpianto idealistico dell’amore non vissuto in nome di un amore più grande e assoluto, quello eminentemente scaturito dalle pieghe della spiritualità).

Da qui posso intuire per quale ragione l’artista calabrese abbia voluto affrontare questa pagina e le altre dell’incisione in questione con un Bechstein A-228, una scelta coraggiosa in quanto questo strumento dev’essere a volte domato per via della sua meccanica e del suono “estremo” che esprime sia nel registro acuto, sia in quello grave; una scelta che ci fa comprendere come Ingrid Carbone abbia voluto simbolicamente rendere più marcato, almeno nell’Après une lecture du Dante, il “regno del buio infernale” attraverso il registro grave e il “regno della luce divina” con quello acuto (il trillo espresso e che rievoca Paolo e Francesca alla fine della pagina è sintomatico di questa potenza allegorica, monito e perdono allo stesso tempo, prima che le porte dell’inferno si richiudano sui massicci accordi gravi e solenni).

Sempre al 1849 risalgono nella versione definitiva le Consolations, six pensées poétiques, il cui titolo si richiama probabilmente all’omonima raccolta poetica di Joseph Delorme, pseudonimo usato da Charles Sainte-Beuve, pubblicata diciannove anni prima, ma il cui corrispettivo poetico può coinvolgere anche la più famosa raccolta poetica di Novalis, i sei Hymnen an die Nacht, che rappresentano un’esperienza eroico-filosofico-religiosa profondamente vissuta, capace di esaltare chi la sperimenta a intraprendere un cammino spirituale che porta a vincere l’idea della morte. Allo stesso tempo, però, non bisogna dimenticare, anche a livello esecutivo, che questi sei brevi brani sembrano avere un ideale punto di riferimento con i Lieder ohne Worte di Mendelssohn.

Un’altra composizione, quindi, che riflette la dimensione “etica” evocata da Kierkegaard, unitamente all’immagine di una tenue méditation poetique di lamartiniana memoria; pianisticamente, un mix che include il senso del ricordo, della meditazione spirituale, di un languore sentimentale in cui, a volte, il concetto dell’eros ha il sopravvento su quello dell’agape, oltre all’immagine di una consolazione riparatrice in termini cristiani. Come li interpreta Ingrid Carbone? Con una scansione che sceglie di volta in volta la presenza o meno di un fraseggio che è simbolo di unione o di frattura in sua assenza, come accade nel brevissimo Andante con moto iniziale o che si realizza ritmicamente nella seconda Consolation (Un poco più mosso), la cui dilatazione temporale dev’essere resa senza svilire l’intero impianto. E con il concetto del Traum, del sogno, che domina la terza Consolation (Lento placido), la pianista cosentina concepisce una liquidità timbrica che permette di esprimere un fraseggio rarefatto, cristallino, senza cadere nel melenso e nello stucchevole (il lavoro di raccordo con la mano sinistra è un balsamo per lo sviluppo di quella destra). L’incedere da corale della quarta (Quasi adagio), sembra riecheggiare il luterano Amen di Dresda presente nella Quinta sinfonia di Mendelssohn, che Ingrid Carbone esalta con un senso ieratico e solenne, pur mantenendone la dolcezza espressiva. Una dolcezza rarefatta che l’interprete calabrese non abbandona nella quinta Consolation (Andantino), in cui l’eloquio è intriso di meste rimembranze che si stemperano solo con l’ultima Consolation (Allegretto cantabile), la cui cantabilità sembra veramente richiamare la voce umana e che il pianismo dell’artista cosentina riesce a dipanare con un velo di sottile magia, riuscendo a camuffare quegli spunti virtuosistici che rimandano per un attimo alla sfera “estetica” del primo Liszt.

Per ciò che riguarda il Liebestraum (O lieb, so lang du lieben kannst!), prima di entrare in merito all’esecuzione in questione, merita una premessa chiarificatrice; il suo essere (apparentemente) zuccheroso e melenso ha sempre comportato dei fraintendimenti interpretativi. Questo perché il brano è stato accantonato dai più grandi pianisti del Novecento, a parte Arrau, in quanto ha per l’appunto dovuto pagare lo scotto di essere una pagina squisitamente “sentimentalistica”, quasi un pezzo da “musica leggera” travestita da contorni classici ad uso e consumo di palati decisamente facili; inoltre tale nomea poggia su un grossolano malinteso che deriva dal titolo stesso, Sogno d’amore, che fa pensare a un brano in cui aleggia un sentimento presente, vissuto da un uomo e una donna con un’abbondante dose di romanticismo d’accatto. In realtà, questo Liebestraum venne trascritto da una lirica per canto e pianoforte, su versi di Ferdinand Freiligrath, scritta nel 1845; versi, sia ben chiaro, di ispirazione tragica in quanto cantano la perdita della persona amata, anticipando di fatto una dimensione poetica che è più vicina al decadentismo piuttosto che al romanticismo tout court. In fondo, più che un sogno d’amore è la traslazione di una marcia funebre e come tale dev’essere espressa, proprio come fa Ingrid Carbone che nel fraseggio non si lascia andare a rifioriture decisamente fuori luogo, quasi dovessero accompagnare un video sulle figurine Liebig d’antan; una marcia funebre struggente, melanconica, intessuta di lancinanti rimpianti sui quali incanalare gli slanci timbrici che si presentano a metà del brano. Un brano, insomma, da interpretare volgendo lo sguardo indietro.

Che Liszt abbia attinto non solo da temi letterari, ma anche pittorici è cosa risaputa e acquisita e la seconda delle due Légendes, St. Francois de Paule: marchant sur les flots, ne è una chiara dimostrazione, visto che il compositore ungherese prese spunto per questa straordinaria pagina dopo essere rimasto fortemente impressionato da un quadro del pittore tedesco Eduard Jakob von Steinle, uno dei maggiori esponenti del movimento nazareno di metà Ottocento, che raffigurò questo miracolo (secondo la leggenda, Francesco da Paola, non avendo i soldi per farsi traghettare da un barcaiolo per attraversare lo stretto di Messina, riuscì a farlo stendendo il suo mantello come se fosse una piccola barca).

Questo pezzo necessita un grande controllo, soprattutto con la mano sinistra, partendo da una frase melodica che viene ripresa con sempre maggior forza, senza però trasformare la lettura in un atto di titanismo che mal si concilierebbe con la mitezza del santo, ma che deve invece esaltare la forza della fede (che raggiunge il culmine nella parte finale, quando subentra un Lento che è quasi un invito alla riflessione e alla meditazione). La sensibilità interpretativa che dimostra Ingrid Carbone viene confermata dal fatto che la progressione timbrica in crescendo viene pienamente rispettata senza ricorrere a slanci, ma partendo da mezzi toni che a poco a poco danno l’impressione (ossia la raffigurazione) del mantello del santo che traghetta Francesco da Paola sulle acque dello stretto, vincendo le forze fisiche della natura. Una progressione che viene per l’appunto interrotta dall’irruzione del Lento, dipanato con emozione e commozione, prima che la mano sinistra riprenda l’incedere “gregoriano” che porta il brano alla chiusura, e che l’artista calabrese decide di chiudere non ricorrendo a un fff, ma a un più raccolto e meditativo ff

Giudizio artistico 4/5

Se le letture della pianista cosentina sono quindi pienamente convincenti, le dolenti note vengono dal lato tecnico della registrazione. Così si è già detto, Ingrid Carbone ha registrato il disco con un Bechstein A-228, un pianoforte roccioso, che gioca molto sul contrasto tra il registro grave (assai scuro) e quello acuto (particolarmente squillante) e che richiama, in un certo senso, i leggendari pianoforti Érard, prediletti da Liszt, dal timbro più possente rispetto ai “concorrenti” Pleyel, amati da Chopin. Il problema con i Bechstein, come con i Bösendorfer, è che è difficile catturare la loro presa sonora, in quanto se la microfonatura non è posizionata idealmente, il registro grave tende a “rimbombare”, mentre quello acuto provoca, a causa della sua cristallinità spinta, un effetto “metallico”, saturando gli alti e provocando imperfezioni per ciò che riguarda il parametro dell’equilibrio tonale. Ed è proprio ciò che è accaduto con la presa del suono in questione (e questo l’ho potuto verificare sia ascoltando le tracce sonore con l’impianto professionale di sala a stato solido, sia con quello da scrivania per cuffie a stato valvolare). Anche se il palcoscenico sonoro vede ricreato al centro dei diffusori lo strumento, sebbene assai ravvicinato, sia il dettaglio, sia la dinamica vengono inevitabilmente inficiati dai registri opposti che tendono a saturare lo spazio sonoro, depauperando il lato audiofilo.

Giudizio tecnico 2/5

Franz Liszt – Les Harmonies de l’Esprit-Sacred Piano Works

Ingrid Carbone (pianoforte)

CD Da Vinci Classics C00144

Recital di pianoforte, Scarlatti Schubert e Liszt, Ingrid Carbone

Francesco Bianchi, Quinteparallele, 10 luglio 2017

 

Una serata in balìa della passione della musica: la serata del 10 luglio dei concerti del Tempietto è stata un’esperienza completa, dove la potenza del programma musicale si è esplicata in tutta la sua portata grazie ad una esecutrice di rara capacità: Ingrid Carbone. L’artista non ha solamente eseguito degli spartiti, ma è riuscita svuotarsi del suo ego per riempirsi della passione e del trasporto contenuti nella pagine di Schubert e Liszt, per poi riversarlo su degli ascoltatori incantati. Anche l’ambiente raccolto e poetico del Tempietto hanno permesso alla pianista di instaurare un rapporto intimo e autentico con il pubblico, il quale ha percepito fisicamente tutta la potenza emotiva che la musica è riuscita ad esprimere. Il programma è stato incentrato su due autori romantici, cioè Schubert e Liszt con una prima parte su Scarlatti. L’accostamento di questo autore del primo settecento con il pianismo romantico trova una filo chiave di lettura nell’importanza che hanno avuto le sonate di Scarlatti per l’evoluzione della tecnica pianistica che avrà il massimo picco proprio in autori come Schubert e Liszt. In queste sonate troviamo infatti una arditezza armonica e tecnica molto all’avanguardia per l’epoca. Infatti ad esempio le figure disegnate dagli arpeggi, le mani che si incrociano suonando, l’uso delle ottave e delle note ribattute sono tecniche che lasceranno il segno nella storia di questo strumento. Tutto questo lo possiamo vedere in pratica nella Sonata numero 141 dove Scarlatti usa tutte queste tecniche, creando delle armonie complesse e dissonanti, che preludono al tipo di scrittura musicale che incontriamo nella seconda parte del concerto.

Il concerto è proseguito infatti con due Improvvisi di Schubert. L’improvviso è una forma musicale che ha grande fortuna nel romanticismo perché è molto libera. In questo periodo il tema fondamentale dell’arte in generale è l’espressione della libera ispirazione del genio artistico, tramite il quale parla direttamente lo spirito, per cui ogni formalismo è vissuto come una rigidità e come una costrizione. In particolare gli improvvisi di Schubert sono fra i più famosi della storia del pianoforte per la loro estrema bellezza delle linee melodiche, molto cantabili e formalmente compiute. La loro struttura ricorda molto quella di un Lied, genere di cui Schubert fu forse il più grande compositore, perché la scrittura musicale tiene spesso distinta melodia e accompagnamento.

La seconda parte, dopo un breve intervallo, è stata interamente dedicata a Liszt. Come sempre di fronte alle opere pianistiche di questo autore ascoltiamo ad un uso del pianoforte che va oltre le classiche possibilità di questo strumento, perché la complessità della partitura creano suoni e armonie che superano i limiti imposti dallo strumento stesso. Tra i brani suonati troviamo Funerailles, un brano che Liszt scrisse per il fallimento della rivoluzione ungherese: peculiare di questo brano è infatti il clima cupo da marcia funebre. La linea melodica si colora poi di potenti slanci passionali che però non riescono mai a trovare una sorta di risoluzione o di realizzazine, ma ricadono su se stessi e si spengono, in una sorta di aspirazione negata, così come i moti rivoluzionari sono sorti ma non si sono compiuti.

La bravissima Carbone ha eseguito le parafrasi e trascrizioni da Verdi e Schubert. Le trascizioni di Liszt non sono una copia, una semplice trasposizione, ma la riproposizione del medesimo concetto secondo un altro stile e un’altra prospettiva. In questo modo il significato originale del pezzo si arricchisce di aspetti nuovi che derivano da linguaggio artistico in questo caso di Liszt. Nella parafrasi su Rigoletto la struttura del quartetto vocale di Verdi dà la possibilità a Liszt di usare tutto il registro del pianoforte e lasciare libero sfogo a figure musicali ardite e rigogliose. Nella trascrizione del Lied Erlkonig la voce seducente dell’Elkonig è sottolineata da un accompagnamento e una armonizzazione più sognante e sensuale, mentre in Gretchen am Spinnrade la passionalità della melodia di Schubert si espande a diventare un fiume in piena di passioni espresse da grandi accordi e arpeggi suonati in fortissimo.

Infine la pianista ci ha concesso anche due bis, uno di Villa-Lobos e un altro pezzo di Liszt, che non hanno fatto altro che confermare la bellissima impressione fatta precedentemente di una esecutrice che non si è risparmiata per nulla e che ha riversato tutta la sua energia nell’esprimere quelle passioni travolgenti che animano la musica romantica.

In conclusione possiamo dire che il concerto del Tempietto lascia una impressione forte e bella, perché rimette al centro il contatto umano, il calore e il fascino della musica, cioè tutti quegli aspetti che troppo spesso mancano in quelle grandi sale da concerto in cui l’intimità e l’autenticità si disperdono tra la folla che tossisce e i telefoni che suonano. 

 

 

ARTICOLI

 

Liszt, Schubert e la Matematica: ritratto di una concertista aristotelica 

Donata Marrazzo,7 giugno 2017

Ingrid appartiene alla Musica. Da quell’inverno di tanti anni fa, quando un pianoforte entrò nella sala da pranzo della sua casa di Cosenza. Era in quinta elementare e quello strumento così ingombrante fu un regalo inatteso di mamma e papà. Con faciltà ha imparato a leggere le note, sfogliando un’antologia pianistica con composizioni di Schumann, Bach, Mozart, Clementi. Adorava le “Fiabe Sonore” dei Fratelli Fabbri (quelle che avevano come motivo “A mille ce n’è, nel mio mondo di fiabe da narrar….“). E già ascoltava Beethoven, la musica da film di Morricone, Charles Aznavour, Franck Pourcel. «Orchestra e canto come  massimo comune denominatore, per dirla in termini matematici». Ingrid Carbone è una donna esatta, precisa nel linguaggio. Aristotelica.

È la Matematica, che insegna all’Università della Calabria, unita allo studio rigoroso del pianoforte e del solfeggio, ad averle dato il “metodo”. «La Matematica è scienza vitale in ogni campo della ricerca di base, mi ha aperto la mente in qualunque direzione.  Una disciplina creativa e rigorosa, che trasforma chiunque le si avvicini:  lo vedo con i miei studenti, arrivano impauriti ma  in poco tempo  ampliano la propria capacità di comunicare, discutere, di argomentare in modo corretto». 

 

Donna aristotelica e musicale

E questa è solo una parte del discorso. Perché più di tutto Ingrid è una donna musicale, piena di ritmo. Una concertista di talento straordinario, che riceve riconoscimenti internazionali e menzioni speciali: premiata al concorso mondiale Ibla Grand Prize nel 2015 e nel 2016, segnalata dalla New York Ibla Foundation tra “gli artisti che meritano l’attenzione del pubblico internazionale in quanto espressione di grande talento e professionalità”, per il suo “standard di eccellenza assoluta”. Fra i trofei anche  una “Scarlatti Special Mention”, per la sua capacità di interpretare al pianoforte il clavicembalista del ‘700 Domenico Scarlatti con  tecnica impeccabile, leggerezza, precisione e ritmo matematico.  Appunto.

Venerdì Ingrid sarà proclamata all’Unical Donna del Sud 2017 dalla sezione di Rende della Federazione Italiana donne arti professioni affari (Fidapa, movimento d’opinione indipendente, collegato all’omonima organizzazione internazionale, con 11mila socie in Italia).

 

La scelta di Ingrid

Ma Ingrid in fondo è anche una donna tormentata. «Parliamoci chiaro, la mia attività universitaria, che pure svolgo con interesse e soddisfazione e con totale riguardo verso gli studenti,  è comunque tempo sottratto alla Musica – dichiara senza mezzi termini  –  perché  la Musica ha bisogno non solo  di essere suonata, ma anche di essere pensata e  ascoltata. E richiede silenzio, il tempo  necessario delle pause, fondamentale in ogni esecuzione».

Dopo il diploma al conservatorio Stanislao Giacomantonio di Cosenza, dove «mi hanno formata grandi nomi del panorama musicale, come la fiorentina Maria Laura Macario, così severa da terrorizzarmi all’inizio, poi Flavio Meniconi, pianista toscano, e infine il maestro Francesco Monopoli», Ingrid  Carbone fa una scelta che in fondo non si è ancora del tutto perdonata. Anzi, per l’esattezza la fa due anni prima di conseguire il diploma in pianoforte principale:  decide di iscriversi alla facoltà di Matematica dell’Unical.  Tre anni e una sessessione ed è alla laurea, con una borsa di studio per continuare l’attività di ricerca a  Roma all’Istituto nazionale di Alta Matematica.  Ma è a Bari che vince il concorso e diventa ricercatrice. «Si può dire che viaggiavo con il pianoforte nella borsetta –  racconta  – ovunque andassi affittavo casa e strumento e cercavo immediatamente un corso per continuare l’alto perfezionamento pianistico. La Musica era ormai una necessità fisica e psichica. Senza mi sentivo una donna mozzata».

 

Al pianoforte da solista

Per questo nel 2007 Ingrid si concede una chance. Costituisce un duo con il violinista Eugenio Prete. E’ una lunga stagione di concerti, di auditorium e teatri pieni. Un successo che desta l’attenzione del grande Cristiano Burato: il pianista vuole sentirla suonare da sola. In fondo era l’occasione che stava aspettando. Ha inizato con prudenza il suo percorso da solista: con il suo rigore da musicista-matematica (e viceversa) ha sempre bisogno di misurarsi, di capire il punto esatto in cui si trova per poi “abilitarsi”. «Mi metto in gioco, non ho paura della sconfitta – dice – anzi cerco sempre nuove sfide». Ingrid ha carattere, forza e determinazione. Un temperamento che rivela la sua matrice calabra.

E così ora suonerà in Israele, al Tel-Hai International Master Classes del Negev, dove si ritrova il gotha del pianismo mondiale: a fare da Patron il più grande pianista di tutti i tempi, il russo Evgeny  Kissin.  In ottobre in Germania, all’Università di Konstanz. Fra qualche settimana al Tempietto della Musica di Roma. Un calendario fitto che prevede la presenza costante del marito Aljosa Volcic, matematico, fratello del giornalista Demetrio, conosciuto durante la borsa di studio all’Istituto di Alta Matematica. Lo ha sposato nel 2010.

 

In Calabria ogni risultato vale doppio

Prima di posare le dita sui tasti, Ingrid si raccoglie in se stessa, a occhi chiusi per qualche secondo. Muove il collo, respira profondamente. Un “rapimento mistico” che cattura anche il pubblico.  Che sia Schubert, Schumann o Scarlatti, quello che viene dopo è musica che si fa racconto: «Con Liszt, soprattutto, compositore dalla scrittura intensa,  avverto che l’uditorio mi segue, distingue  le “voci” della storia», spiega Ingrid. Ma ci vuole tutto il suo talento per interpretare con tecnica fenomenale e totale coinvolgimento il più rivoluzionario poeta sinfonico dell’800.

In un ambiente prevalentemente maschile Ingrid Carbone si fa strada insieme a poche altre donne, come l’argentina Martha Argerich, la cinese Yuja Wang, la georgiana Khatia Buniatishvili.

Sospira a lungo prima di rispondere se le sue origini calabresi e le sue scelte legate alla Calabria  e alla sua famiglia (oggi Ingrid vive a San Fili, in provincia di Cosenza) hanno limitato la sua carriera da musicista.  Forse sì, ma resta in silenzo. Poi trova le parole: «Qui ogni azione vale doppio, e ogni sacrificio e qualunque risultato. Nelle aule dell’università come davanti al pianoforte. Oggi posso ritenermi finalmente una donna soddisfatta».

 

© 2018 Ingrid Carbone | Photo Daniela Camo
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